Mini tour costa Adriatica da Otranto a Santa Maria di Leuca

Se sei qui vuol dire che fai parte della mia cerchia più stretta di clienti.

Come sai ogni giorno mi impegno a offrirti il meglio del Salento comodamente a casa tua al minor prezzo possibile.

Ma questo non mi basta… voglio che tu riesca a vivere la nostra amata terra a 360 gradi.

Ecco quindi gli scatti che ho fatto pensando a te e che ho deciso di regalarti per farti vivere almeno virtualmente ciò che la nostra meravigliosa terra ha da offrire.

Non sono scatti professionali…non sono una fotografa sono semplici scatti fatti con il telefonino con tutta la meraviglia che si prova guardando questi paesaggi meravigliosi…

Del resto il Salento non ha bisogno di grande professionalità per essere fotografato essendo sublime già di suo

Devo dire che pur vivendoci non mi abituo mai a tanta bellezza.

Spero di averti trasmesso almeno un pò del suo splendore.

A presto

Stefania Quarta

Castro, scorcio campagna castrense

Castro, scorcio campagna castrense.

fotografo: Antonio Cantoro

Giunti a Castro, sulla strada Diso – Marittima, recintato da un muretto a secco si trova il “Parco Pubblico delle Querce“, anche chiamato “Parco della Scarra“. Ubicato ai piedi del monte Mattia, ossia il punto più elevato che supera i 130 metri, è un vero polmone di verde dove è possibile fare delle piacevoli passeggiate naturalistiche e seguire degli itinerari ecologici. Lungo il percorso si trovano tavoli e panchine che invitano alla sosta e al riposo. Si estende per 2.700 metri quadri ed è diviso in due parti: una pianeggiante a nord-est, una rocciosa e scoscesa a sud-ovest. La prima è caratterizzata da una distesa di lecci con tronchi che superano un metro di diametro, mentre la seconda è più fitta e impenetrabile. Nel sottobosco si possono trovare l’alloro, il nespolo selvatico, il biancospino comune, il terebinto, l’edera comune, l’elleborine minore, un tipo di orchidea molto rara e la scrofularia nodosa -molto diffusa nel Salento-. Tra le specie animali che si possono incontrare troviamo il pettirosso, la tortora, l’upupa, la civetta, il fringuello e l’usignolo. Attraverso un piccolo sentiero, battuto da tufina, si può giungere sulla collina Frasciùla dove cresce la vegetazione spontanea di querce spinose, asparagi selvatici, mirto, giuggiolo e oleastro. Straordinaria è la veduta panoramica della rocca di Castro, del bosco di querce a forma a cuore, del Canalone, della Punta del Mucurune, delle serre e della collina Cisure Messeri, che fanno da arco naturale al porticciolo.

Percorrendo la litoranea in bici, è più facile notare come Castro sia caratterizzata dalla tipica macchia mediterranea cinta da muretti a secco: la quercia spinosa, l’oleandro, l’acacia, l’abete, il lentisco -la cui resina è detta “mastice”-, il leccio, l’oleastro selvatico, il pino. Tra gli scogli verdeggiano i mesembriantemi, dal greco “mesembria”, mezzogiorno, proprio perché sono delle piante dalle foglie carnose che prediligono le zone assolate rivolte a mezzogiorno. Sul ciglio della strada si trovano anche il timo, il rosmarino, l’origano, il carrubo e l’orchidea spontanea; queste ultime due piante sono purtroppo in via d’estinzione.

Otranto, Torre Sant’Emiliano

Otranto, scorcio Torre S. Emiliano

fotografo: Marco Rizzo

La limpida acqua, i paesaggi costieri, le baie, le grotte, le torri, le pinete, la macchia mediterranea, le spiagge. Tutto questo è Otranto. Il viaggio inizia percorrendo la costa a nord della città: dalla Riviera degli Haethey, forse i più antichi abitatori provenienti dai Balcani, si giunge al Fascio, uno scoglio dalla forma cubica. Più avanti si scorgono il Faro della Punta e Porto Cràulo (corvo) dove si ha l’opportunità di godere della quiete sotto i cocenti raggi del sole. In seguito si trova la Castellana o Rocamatura (roccia molle, tenera), dove cespugli di finocchio selvatico crescono spontanei a ridosso dell’arenile che in alcuni tratti è circondato da canne, alberi da fico e da due cachi centenari. Proseguendo, s’incontrano il piccolo Lido della Staffa e il Canale del Càfaro. L’insenatura Cattapìgnula prende il nome dalla forte presenza di pipistrelli nella grotta lì presente. San Pietro dei Canali è un’altra baia, poco distante, con un’imboccatura di 20 metri che si allarga all’interno, formando un bacino riparato dai venti. A sinistra Masseria Cerra dà il nome alla zona limitrofa. Dopo 50 metri s’incontra una deliziosa insenatura: la Grotta Monaca, così chiamata perché probabilmente in passato vi si riparava la foca monaca. Andando avanti la scogliera diventa ancor più spettacolare. Continuando si trovano la Baia di S. Stefano con torre edificata nel 1567 e la Baia dei Turchi. Successivamente si arriva al complesso di spiagge che costituiscono gli Alimini. Si giunge poi a Conca Specchiulla dove ci sono varie grotte e baie: la più grande è Grotta Macaru (mago). Proseguendo, si arriva a Torre S. Andrea, una tranquilla insenatura di modeste dimensioni. Sulla statale che collega S. Andrea a Otranto si possono ammirare i Laghi Alimini: il “Grande”, di acqua salata, e il “Piccolo”, che nasce da fonti sorgive di acqua dolce. I bacini sono circondati da fitte pinete e dalla macchia mediterranea.

Volendo esplorare la costa a sud di Otranto, si parte dal porto e si prosegue verso la Zona Cave: s’incontrano la Grotta Palombara, così chiamata per la presenza di piccioni e, proseguendo sulla destra, la Torre del Serpe o Torre dell’Idro che, alta 25 metri, rappresenta il simbolo della città. Continuando poi si trovano la Torre dell’Orte (1500), l’omonima Baia e le sue acque cristalline. Finalmente si giunge davanti al bianco Faro della Palascìa, il punto più orientale d’Italia. Doppiato il capo, si vedono l’Isola di S. Emiliano e l’omonima torre risalente alla prima metà del ‘500 nelle cui vicinanze era ubicata una chiesetta. Proseguendo, si giunge alla Grotta dei Cervi, non visitabile, che conserva tracce della civiltà neolitica. Infine si arriva a Porto Badisco, località rinomata per la bellezza del mare, delle coste, della natura e per il leggendario approdo di Enea. Qui ci si può concedere un meritato riposo, magari gustando i ricci di mare, tipicamente accompagnati da pane e vino locale, o anche ingrediente principale di un primo piatto d’eccezione: gli spaghetti ai ricci.

Cattedrale di Otranto

Otranto, particolare facciata Cattedrale

fotografo: Marco Rizzo

La Cattedrale, iniziata intorno al 1080 e consacrata al culto nel 1088, è dedicata all’Annunziata e si erge in p.zza Basilica, il punto più alto della cittadina. Salendo lungo via Basilica, si nota l’ingresso secondario alla Cattedrale definito da una cornice e da due piedritti ai lati, scolpiti in bassorilievo e raffiguranti otto dignitari ecclesiastici. Continuando si giunge in uno spiazzo triangolare dove la facciata, a doppio spiovente con al centro il magnifico rosone, cattura l’attenzione del passante. Il portale è sormontato dallo stemma dell’Arcivescovo Adarzo di Santander del 1674. L’edificio sacro si sviluppa su tre navate che terminano con absidi. Lo spazio interno è suddiviso da due file di colonne decorate con capitelli, per la maggior parte del XII secolo. Lungo le navate sono visibili tre altari a destra (La Resurrezione, S. Domenico di Guzman, L’Assunta) e tre a sinistra (La Pentecoste, La Visitazione, S. Antonio di Padova). La copertura è a capriate con cassettoni in legno color oro del 1693. L’elemento di maggior richiamo è il mosaico pavimentale, del 1163-1165, opera del monaco Pantaleone. Rappresenta l’albero della vita sorretto da una coppia di elefanti e animato da una moltitudine di personaggi biblici, storici, mitologici, angeli, diavoli e creature mostruose. Interessante da visitare è la Cripta sottostante.

Passeggiando sul lungomare e arrivando ai giardini si può fare un salto alla Chiesa Conventuale di S. Antonio rifatta nel 1962 dove, all’interno, si conservano cimeli barocchi: l’altare di S. Francesco, quello di S. Antonio e la tela della “Vergine e Santi” di Luca Giordano. Proseguendo per via S. Francesco di Paola e arrivando in via del Porto, si giunge alla Cappella della Madonna del Passo dove marciarono gli 800 Martiri, pronti ad incontrare la morte sul Colle della Minerva per non volersi convertire alla religione islamica. È una chiesetta molto semplice nelle sue forme architettoniche. Sul colle è ubicato, inoltre, il Santuario di S. Maria dei Martiri o di S. Francesco. Costruito nel XVII secolo, è annesso ad un complesso conventuale. La facciata è sobria, caratterizzata da un elegante portale e da un finestrone. Il luminoso interno ospita altari e tele barocche; molto particolare è l’altare maggiore, alle cui spalle c’è la grande tela che rappresenta la “Presa di Otranto” con il martirio dei suoi abitanti. Via Lungomare termina con una scalinata alla cui sommità si può godere di uno spettacolo mozzafiato all’ombra della Chiesetta di S. Maria dell’Alto Mare, dal sobrio prospetto. È in via Immacolata, prima del vicoletto che conduce al Bastione dei Pelasgi, che si trovano i resti della Cappella dell’Immacolata: sono ben visibili alcuni tratti delle mura perimetrali, qualche altare e l’annessa Porta a Mare.

Giurdignano, tavola di San Giuseppe

Giurdignano, particolare Tavola di San Giuseppe

fotografo: Antonio Cantoro

Percorrendo a piedi il borgo di Giurdignano nella parte sottostante il piano stradale di via Borgo si trova il “Frantoio del Duca”. Interamente scavato nel banco roccioso nel 1518, il frantoio ipogeo, che si estende pressappoco per 350 metri quadri, è rimasto attivo sino al 1940. L’accesso è dato da una scala a rampa retta che conduce nei due ambienti principali. Nel primo, di forma circolare, avveniva la molitura. Presenta quattro sciave, ossia luoghi dove erano posizionate le olive prima della macinazione, e vari spazi adibiti a deposito. È nel secondo ambiente dove erano collocati i torchi alla calabrese che avveniva la lavorazione vera e propria. Le olive, raccolte in autunno a maturazione compiuta, venivano cernite, cioè pulite dalle foglie e dalla terra, lavate e pestate attraverso una gigantesca macina di pietra messa in moto dagli animali.

Tra le tradizioni di questo piccolo borgo non si possono non citare le Tavole di S. Giuseppe allestite ogni 19 marzo secondo le indicazioni tramandate di generazioni in generazione. Mentre un’ipotesi ritiene che esse simboleggino un’antica tradizione che affonda le sue radici nel medioevo, un’altra invece lega questo rito alla liturgia bizantina. In realtà, col tempo, lo spirito popolare e la solennità religiosa hanno dato vita a questa grande manifestazione tanto attesa dai salentini. Sulle tavole, preparate con spirito di sacrificio e imbandite con pregiate tovaglie e l’immancabile effige del Santo, vengono esposte pietanze crude o cotte della tradizione: il pane di S. Giuseppe rigorosamente decorato con simboli sacri, pasta con miele e mollica di pane, pesce fritto, pampasciuni -ossia lamponi lessi-, ceci, cavoli fritti, stoccafisso, teste di finocchio, pipirussi fritti a salsa -ossia peperoni fritti e conditi con agli-, vermiceddhri cioè tipo di pasta cucinata con cime di cavolo lasciata raffreddare in recipienti di terracotta e condita con pane grattugiato fritto e infine la massa, piatto tradizionale a base di tagliolini fatti in casa, ceci cotti in pignata, cavoli verdi conditi con olio di oliva e aromatizzati con pepe e cannella e tagliolini fritti. Ancora oggi durante la preparazione delle tavole si usa invocare il Santo recitando preghiere e chiedendo grazie.

Lecce, scorcio rurale

Lecce, scorcio rurale

fotografo: Lorenzo Papadia

Se da p.zza Arco di Trionfo si attraversa via Taranto, svoltando poi sulla destra in via Vecchia Surbo, immersa nel verde, si trova la trecentesca Torre di Belloluogo, dimora preferita di Maria d’Enghien, contessa di Lecce e regina di Napoli. Si tratta di un esempio di architettura difensiva di età angioina a forma cilindrica, munita di merli e di fossato ancora esistente. Qui la regina amava rilassarsi lontana dalla vita tumultuosa, godendo dei bagni che faceva nel ninfeo sottostante. Molto interessante è la cappella absidata, riccamente affrescata.

Percorrendo un breve tratto sulla strada Lecce – Casalabate, si raggiunge Masseria Rauccio, sita nel feudo di S. Marco, databile al XVII secolo; del complesso originario si conservano solo la colombaia, un rudere della cappella e la torre che si sviluppa su due piani. Nello specifico, al piano terra si nota la porta d’ingresso difesa da una caditoia, posta al di sotto della finestra del primo piano, anche questo a sua volta protetto da un’altra caditoia posta sul terrazzo. L’accesso al primo piano era dato da una scala esterna e da un ponte levatoio. Intorno, l’ambiente è caratterizzato da lecci, mirto, lentisco, ulivi che danno vita al “Parco del Rauccio”, un parco regionale protetto, dove sono state censite più di 600 specie di piante e dove si possono incontrare tassi, volpi, donnole, lepri, merli, fringuelli, molti uccelli migratori e, se si è fortunati, si può avvistare anche il falco di palude. Degna di nota anche Masseria Giampaolo, raggiungibile dalla strada Lecce – Casalabate, mediante un tratturo che si innesta vicino l’incrocio con la strada Squinzano – Torre Rinalda. Edificata alla fine del XVI secolo, presenta un edificio-torre all’interno del cortile di forma trapezoidale. Perno della masseria era l’olivicoltura, ragione questa per cui in situ si trovano due trappeti sotterranei.

Dalla strada vicinale Surbo – Santa Maria di Cerrate si arriva a Masseria Ghietta, datata alla prima metà del XVII secolo. A poca distanza dalla struttura si trova una cappella del ‘700 munita di un singolare sistema difensivo caratterizzato da una massiccia muratura che contiene il portone d’ingresso. La torre presenta due piani coperti da volte a botte e un terzo piano sottotetto ricavato dal terrazzo. Masseria Mele si può raggiungere attraverso un sentiero naturale che s’innesta sulla strada Lecce – S. Cataldo all’altezza dell’ottavo chilometro. Il complesso edilizio si sviluppa su tre lati del cortile e consiste in case, capanne e una torre, che si articola su tre piani collegati da botole aperte nelle volte a botte. Al piano terra è presente un ampio focolare, ricavato nello spessore della muratura, inoltre nel cortile si trova un monumentale pozzo con abbeveratoio. Nelle vicinanze si trova Masseria Mosca, del XVII secolo. Di fronte al portone d’ingresso si erge la torre con dei locali ad essa allineati, che chiudono il cortile verso il giardino. Vicino si trova un vano grotta, forse un piccolo trappeto ipogeo.

Lecce, Basilica di Santa Croce

Lecce, particolare Basilica di Santa Croce

fotografo: Marco Rizzo

Attraversata Porta Rudiae, si accede in via Libertini dove sulla destra s’incontra l’imponente Chiesa di S. Giovanni Battista che, a croce greca, all’interno conserva tredici altari barocchi e un pulpito di pietra. Il prospetto si sviluppa su due ordini definiti da una balaustra; ai lati del portale s’innalzano due colonne scanalate a spirale. Poco dopo si erge la Chiesa di S. Anna, eretta dallo Zimbalo, che presenta un prospetto con due ordini semplicemente decorati e una sola navata con cinque altari. Proseguendo, passando per la Chiesa di S. Teresa, si giunge in p.zza Duomo dove sorge la Cattedrale che presenta due prospetti: quello principale, attiguo all’Episcopio, caratterizzato da un profilo decorativo molto semplice e quello che guarda l’ingresso della piazza, ricco ed esuberante, progettato dallo Zimbalo che culmina con la statua di S. Oronzo, racchiuso in un arco trionfale. L’interno, a croce latina, è ricco di opere pittoriche realizzate da eccellenti artisti; degna di nota anche la cripta del XII secolo. Al fianco svetta il Campanile con i suoi cinque piani chiusi da un’edicola ottagonale a cupola. Abbandonando la piazza e imboccando via Vittorio Emanuele II, si incontra la Chiesa di S. Irene, patrona di Lecce prima di S. Oronzo, motivo questo per cui in facciata sfoggia lo stemma civico. Molto elegante nel prospetto, presenta un’unica navata dotata di tre cappelle per lato. In via Rubichi c’è la Chiesa del Gesù o del Buon Consiglio sul cui fastigio si nota il simbolico pellicano che si squarcia il petto per alimentare la prole; l’interno è spazioso e illuminato.

Attraversando p.tta Castromediano e p.zza Riccardi si giunge di fronte alla Basilica di S. Croce, la più alta manifestazione del barocco leccese, iniziata nel 1549 e ultimata nel 1646 ad opera degli archittetti Riccardi, Penna e Zimbalo. Il prospetto si divide in tre sezioni: la prima dalla gradinata alla balaustra, la seconda da questa al cornicione e la terza sino al fastigio. Fiore all’occhiello è il rosone realizzato da Cesare Penna e composto da tre ordini concentrici decorati da cherubini alati, gigli e melograni, il tutto incorniciato poi da foglie d’alloro e bacche. L’interno, a croce latina, presenta una struttura semplice e rigorosa che contrasta con la sontuosità dell’esterno. La navata centrale, coperta da un soffitto ligneo a cassettoni con dorature, è delimitata da archi poggianti su sedici colonne con capitelli corinzieggianti figurati che accompagnano sino al profondo presbiterio, dove è collocato l’altare maggiore. Percorrendo via Templari, si arriva in p.zza S. Oronzo dove, di fronte all’Anfiteatro, si erge la Chiesa di S. Maria della Grazia, dalla facciata classicheggiante che all’interno conserva le pregevoli tele di Oronzo Tiso. All’angolo tra via Acaya e via Maremonti, si ammira la Chiesa di S. Antonio della Piazza o di S. Giuseppe la cui facciata, molto semplice, si sviluppa su due ordini; ai lati del portale si scorgono poi le statue dei santi. Alla fine di questa strada si scorge la Chiesa di S. Chiara con la facciata in due ordini che, priva di fastigio, presenta un ricco portale, una finestra a loggia e sei nicchie vuote. Dopo un breve tragitto in via D’Aragona s’incontra la Chiesa di S. Matteo, la cui facciata alterna la parte convessa bugnata del primo ordine a quella concava del secondo. Via Perrone conduce a Porta S. Biagio dove, svoltando a destra, si incontrano la Chiesa delle Carmelitane Scalze prima e la Chiesa del Carmine poi.

Lecce, artefatto in cartapesta

Lecce, artefatto in cartapesta

fotografo: Lorenzo Papadia

La produzione di manufatti in cartapesta e in pietra leccese sono le due attività artigianali che caratterizzano la città. L’origine dell’arte della cartapesta risale al XVII-XVIII secolo quando la chiesa iniziò a richiedere un’abbondante produzione di statue e figure in riferimento ai misteri della fede in modo da poter rafforzare il sentimento religioso e per richiamare il culto dei fedeli. Fu così gli artigiani leccesi, non avendo a disposizione materiali pregiati, pensarono di avvalersi della carta e di altre materie povere come paglia, stracci, colla e fieno. Si armarono di pazienza, gusto e creatività e fecero di quest’arte la loro fortuna. Ancora oggi si riproducono soggetti sacri in posizione statica o dinamica; notevole è l’attenzione nei confronti del panneggio, reso nei minimi particolari.

Passeggiando per le strade del centro storico si possono trovare numerosi laboratori che trasformano materiali semplici e poveri in piccole opere d’arte, statue che raffigurano la Natività, pastori, bambole, oggetti di arredamento, maschere e piccoli giocattoli in cartapesta. E proprio in carta pesta è il grande presepe allestito all’interno dell’Anfiteatro Romano nel periodo natalizio.

Con molta facilità si possono incontrare anche botteghe di scalpellini che continuano quella tradizione visibile sulle facciate di ogni chiesa o palazzo e che hanno fatto di Lecce la Signora del Barocco. Un tempo la pietra leccese era definita il marmo dei poveri mentre, attualmente, rappresenta un materiale tra i più pregiati della Puglia. In realtà è una pietra calcarea di colore giallo paglierino molto resistente all’usura del tempo composta in gran parte da carbonato di calcio, carbonato di magnesio, argilla e sabbia. La pietra viene estratta da cave a cielo aperto: i banchi calcarei superficiali sono utilizzati per l’estrazione della pietra in modo da realizzare sculture e decorazioni; mentre quelli più profondi, caratterizzati da pietra dura, servono come materiale da impiegare nell’edilizia. La bellezza e la duttilità di questa pietra ha sempre attratto architetti e scultori locali. La lavorazione avviene a mano con l’uso di vecchi arnesi come scalpello, pialla, sega, raspa, uniti all’abilità e alla fantasia dell’artigiano.

Un altro aspetto che identifica la città è l’enogastronomia. Diversi i piatti tipici che si possono gustare nelle trattorie del centro leccese. Potete per esempio scegliere tra “ciceri e tria” dove trìa -dalla parola araba itrya- identifica la pasta fritta o secca, quindi tagliatelle di farina e acqua senza uova che, unite poi a ceci, con l’aggiunta dell’olio d’oliva dal sapore intenso, danno vita ad un primo gustosissimo. In alternativa, si possono ordinare ‘ricchie e minchiareddhri -ossia orecchiette e macchierononi– o sagne ‘ncannulate,tipica pasta fatta in casa condita con pomodoro fresco, basilico e una spolverata di pecorino o ricotta forte. Tra le altre specialità sono da ricordare i rustici con mozzarella, pomodoro e besciamella; la cotognata leccese, marmellata di melecotogne a cubetti; i pasticciotti, fagottini di pasta frolla ripieni di crema, o i fruttoni di forma simile ma con un ripieno di pasta di mandorla, cotognata o perata.

Giurdignano, Palazzo Vilei

Giurdignano, particolare balcone Palazzo Vilei

fotografo: Viviana Bello

I palazzi gentilizi arricchiscono il borgo di Giurdignano. Lasciando alle spalle p.zza Municipio si trovano le dimore storiche dei Vilei e dei Greco. Se da p.zza Municipio si imbocca via S. Vincenzo si giunge in Vico Chiuso dove si trova Palazzo Vilei, ricostruito nel XVII secolo su una vecchia preesistenza. In facciata non si può non notare un elegante portale con un arco d’ingresso bugnato e un bel balcone laterale. Desta molta attenzione il cortile interno.

Tornando indietro e imboccando via Borgo, alla fine della strada, di fronte, in via Lo Barca al civico n. 6 si erge Palazzo Greco, la cui costruzione risale tra la fine del XVI secolo e i primi lustri del XVII. Presenta un elegante balcone alla salentina ad arco cieco ed è dotato di una raffinata balaustra.

Giurdignano, menhir di San Paolo

Giurdignano, scorcio menhir di San Paolo

fotografo: Marco Rizzo

Giurdignano rappresenta uno dei paesi più caratteristici del Salento per la presenza di monumenti megalitici. Lungo la vicinale Vicinanze, si trova il menhir di San Paolo, alto poco più di due metri, sito sul basamento di una roccia dove vi è scavata la piccola Cripta bizantina di S. Paolo affrescata con l’immagine della Madonna sulla sinistra e quella di S. Paolo con una ragnatela sulla destra, con evidente riferimento al culto del tarantismo nel Salento. A poca distanza vi è il menhir Vicinanze I, che mostra l’incisione di due croci sulla facciata sud -segno questo che sta ad indicare come intorno a queste strutture si svolgessero funzioni religiose-, e il menhir Vicinanze II, che si erge su un basamento circondato da ulivi. Più avanti, il fondo Quattromacine ospita il menhir Stabile, una possente lastra di pietra posizionata alla maniera di un altare; osservando il menhir, sul piano orizzontale si possono scorgere dei segni che indicano la direzione esatta da cui sorge il sole nel solstizio d’estate. Degna di nota anche la Cripta di S. Salvatore in via S. Vincenzo, angolo via Circo. Risalente all’VIII-X secolo, è il monumento più significativo delle chiese ipogee salentine. La pianta è a tre navate che, divise da quattro pilastri, terminano con tre absidi. La zona absidale è sopraelevata e presenta un’iconostasi. Ricca di affreschi, presenta un soffitto con motivi a rilievo carichi di significato simbolico. L’entrata è studiata in modo che la luce penetri al tramonto regalando effetti molto suggestivi. Percorrendo via S. Vincenzo, pochi metri dopo la Cripta S. Salvatore, è ubicato il menhir San Vincenzo. Più avanti, la Chiesetta della Madonna di Costantinopoli e l’omonimo menhir che si erge nelle vicinanze segnano l’inizio della via vecchia per la vicina Uggiano.

Dirigendosi verso sud est, posto non molto lontano dal centro storico, in via Cosma, si erge il menhir Fausa, infisso nella roccia e alto circa tre metri. Proseguendo sulla stradina a sinistra, ci si addentra in distese di uliveti che circondano i resti dell’Abbazia di Centoporte. Anche se oggi delle porte non si ha nessuna traccia, è stata chiamata così proprio per le numerose finestre che la caratterizzavano. Risalente al V-VI secolo, aveva una pianta a tre navate divise da dieci pilastri, senza transetto e con una sola abside in fondo alla navata centrale. Preceduta da un vestibolo o pronao rettangolare, presentava pareti intonacate e dipinte a fresco come nella Chiesa di S. Nicola di Casole sita in Otranto. La facciata terminava in alto a frontone e una trifora illuminava la facciata di ponente. Il tetto era di tipo spiovente e la copertura era formata da travi in legno e tegole di terracotta. Infine, passeggiando per le campagne del luogo, nei dintorni della S. P. Giurdignano – Minervino, si possono incontrare i dolmen Chiancuse, Peschio, Orfine, Paolo Niuri, e i due dolmen gemelli Grassi. Infine, nei pressi di una masseria, vicino alla stazione ferroviaria, si erge il menhir Palanzano.

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